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Dal Messico sul Cuarnan passando per Montenars

 |  Redazione Sconfini

Dagli zaini della coppia escono strani oggetti che appoggiano accanto a loro. Poco lontano un'asta argentea, credo in metallo, è, grazie a dei cavi che la sostengono, impettita e luccicante sotto il generoso sole di ottobre. I due la osservano e si guardano intorno, con quella che io intuisco essere una ricetrasmittente, a sua volta con una lunga coda che fa da antenna.

Stanno comunicando con qualcuno, non si distinguono le parole smorzate dallo spazio e dal vento. Siamo infatti a più di 1300 metri di altitudine, 1372 per l'esattezza, e il quadretto dei due radioamatori s'incastra stranamente con lo splendido panorama che si gode dal monte Cuarnan.

 

Ma facciamo un passo indietro.

Partiamo da Montenars, un paesino sopra Artegna a pochi chilometri da Gemona del Friuli. Siamo un'interessante combriccola. Le auto le abbandoniamo in paese, in borgo Jòuf. Fra noi camminatori improvvisati anche Nancy, un'amica di Monterrey, Messico del Nord, a pochi chilometri dal confine texano. Anche se il simbolo di Monterrey è un monte a forma di corna di toro (El cerro de la Silla), i 3 milioni di abitanti si spostano solo in automobile o in autobus. Le strade sono esageratamente ampie e non esiste che uno se ne vada in giro in bici o in motorino, lì ti tirano proprio sotto. A piedi si fanno al limite le zone pedonali del "barrio antiguo", cuore della città. Quindi Nancy è proprio nella compagnia giusta.

 

Senza far stancare troppo la nostra amica, non abituata agli stretti spazi italiani e alla confidenza delle persone con i paesaggi montani, il Cuarnan ci sembra una meta semplice e vicina a casa.

 

È autunno, è tempo di castagne. Ci si muove con tanto di borse in tela e guanti da giardino per raccogliere le castagne degli alberi che generosamente ombreggiano la prima parte del sentiero. Bisogna essere veloci, però, e trovare il tempo durante la settimana. La concorrenza, infatti, è forte e ci vuole poco per veder polverizzato il buon bottino.

 

Per esperienza, l'escursione termina alla prima tappa, la panca panoramica. Ci si arriva con tranquillità in 40 minuti attraverso un sentiero che costeggia la pancia del monte. Ho sempre pensato che questo tavolo isolato sia un'idea geniale. Si staglia solitario e domina il belvedere, ormai senza vegetazione. E lì uno può rilassarsi come un pascià col suo panino e il suo thermos del te o acqua fresca, guardando il mare nelle giornate limpide.

 

Ci si distrae, tanto da perdere il binocolo da 80 euro, mai più ritrovato. Questo capita quando nell'entusiasmo totale si sale in velocità e si scende magari in notturna, come avremmo in mente di fare pure noi.

 

Dalla prima postazione sembra già di essere in cima. In realtà, da questo punto la parete inizia a tirare ripida verso la cresta. Nancy è provata, le tremano le gambe dallo sforzo e ha i brividi nonostante la temperatura mite. La pausa si dilata pigramente finché arriva una decisione. Il gruppo si divide. Una parte continua fino in cima e forse pianta una bandierina, gli altri rimangono a crogiolarsi e a rilassarsi al sole.

 

I più temerari si stiracchiano e riprendono la camminata. Manca ancora un'oretta e mezza circa. Ci vuole concentrazione e pensare solo a mettere un piede dopo l'altro. Il capofila è in realtà un patito del Cuarnan: ogni volta che può ci viene, anche da solo. Il suo ritmo è improponibile. Dopo 10 minuti è in solitaria. Non vorrei ribadire l'ovvio, ma la fatica non mi piace, mi svuota la testa.

 

Arriviamo in cima perdendo la cognizione del tempo, in un silenzio splendido, puro. Non siamo gli unici, ci sono anche un paio di altre persone, sembrano radioamatori. Ci salutiamo e poi ognuno si apparta e squadra il mondo a 360°. Il Cuar, il Chiampon, il Gran Monte, il Canin, il Matajur, il Monte Nero.

 

Custode di tanta bellezza dal 1901 è la chiesetta del Redentore, testimone anche di guerre e di eventi naturali che l'hanno danneggiata. Fa impressione pensare che il terremoto del '76 abbia lasciato un segno anche quassù facendo crollare la cappella (ricostruita poi nel 1985).

I pensieri si dissolvono ed è già tempo di raggiungere gli altri di sotto, che riposati e sorridenti ci accompagnano alle macchine. "La prossima volta Nancy ti portiamo di notte, con la luna piena", ma lei non sembra particolarmente attratta dall'iniziativa. Eppure è una sensazione magica al di fuori del tempo, da provare. La notte, specie con la neve, regala un silenzio ovattato. La luce si specchia e brilla sul ghiaccio, mentre i contorni degli arbusti quasi sfuggono. La sensazione è di essere soli al mondo e forse in quel momento è pure vero. Riusciremo a portarcela nei prossimi mesi, forse ricattandola, vedremo.

 

Ivana Macor

 

 

 


In collaborazione con Help! 

 

 


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