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21
Mer, Ago

Pornografia ed erotismo, due facce della stessa medaglia?

Costume e società
Stile testo

Non stiamo attraversando un bel momento. Guardandomi intorno spesso mi sento immerso in qualcosa di più profondo del semplice cattivo gusto: una mancanza di senso, una macchia incolore che si allarga nell’anima, un’emorragia di umano che coinvolge cultura, arte e mass-media, che inonda il nostro modo di costruire e di parlare, il nostro modo di vestire e di divertirci, la gestione del nostro tempo libero, il rapporto con la natura e con il paesaggio.

Non stiamo attraversando un bel momento. Guardandomi intorno spesso mi sento immerso in qualcosa di più profondo del semplice cattivo gusto: una mancanza di senso, una macchia incolore che si allarga nell’anima, un’emorragia di umano che coinvolge cultura, arte e mass-media, che inonda il nostro modo di costruire e di parlare, il nostro modo di vestire e di divertirci, la gestione del nostro tempo libero, il rapporto con la natura e con il paesaggio.

In una società come quella attuale, governata da ciò che i luoghi comuni definiscono “crisi dei valori” e in cui tutto appare consumisticamente esagerato, l’esaurimento degli ideali, le ambizioni dozzinali, il vuoto delle idee si manifestano sempre più precocemente e si estinguono sempre più tardi.
Viviamo una realtà sempre più pulsionale, densa di affetti, identificazioni, desideri, piaceri sessuali psicologici e ormonali ma anche carica di paure, ansie, delusioni, nella quale nasce l’urgenza di vivere il proprio corpo tagliando fuori l’intralcio accessorio e capriccioso delle emozioni, dei sentimenti, dell’affetto, lasciando cadere frettolosamente i freni inibitori per seguire i nuovi miti… l’esibizionismo, la bellezza, la forma fisica, l’apparire, il contare, il narcisismo. Nasce così una sorta di corsa all’esibizione dell’intimità, alla pubblicizzazione dell’interiorità realizzata facendo irruzione con indiscrezione nella parte discreta della collettività per ottenere confidenziali confessioni, emozioni “in diretta”, attraverso lo sguardo morboso della spudoratezza, applaudito come spettacolo di sincerità.
Sempre più si vanno diffondendo modelli emotivi e forme estetiche malate come il grottesco, lo scioccante, l’orripilante, l’osceno. Dimenticare la bellezza, l’estetica nel significato greco dell’aìsthesis cioè sensazione, ciò che percorre la strada che dal sensibile conduce al bello, significa obbligarla ad esprimersi in forme sempre più inconsce, nevrotiche, estreme, perverse. La diseducazione all’estetica equivale alla complicità con la bruttezza, che è violenza inflitta all’anima. E violenza e diseducazione possono essere, a lungo andare, un costo insostenibile nella costruzione di una società futura.
Un esempio estremamente chiaro di questo conflitto, che peraltro diviene facilmente metafora del nostro modo di vivere emozioni, sentimenti e passioni, lo possiamo ritrovare nel rapporto tra pornografia ed erotismo. Scrive Anaïs Nin, nota esponente della letteratura erotica femminile: «Il sesso perde ogni potere quando diventa esplicito, meccanico, ripetuto, quando diventa un’ossessione meccanicistica. Diventa una noia non mescolarlo all’emozione, all’appetito, al desiderio, alla lussuria, al caso, ai capricci, ai legami personali, a relazioni più profonde che ne cambiano il colore, il sapore, i ritmi, l’intensità. L’esame al microscopio dell’attività sessuale, con l’esclusione degli aspetti che sono il carburante che la infiamma (componenti intellettuali, fantasiose, romantiche, emotive), toglie al sesso la sua struttura sorprendente, le sue trasformazioni sottili, i suoi elementi afrodisiaci. Il mondo delle sensazioni in questo modo appassisce, muore di fame. La fonte del potere sessuale è la curiosità, la passione: il sesso non prospera nella monotonia. Senza sentimento, invenzioni, stati d’animo, non ci sono sorprese a letto. Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi all’estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino».
Certo, se c’è qualcosa che ruba i sogni alle persone, che immobilizza il loro immaginario erotico cristallizzando la fantasia e la creatività è proprio la pornografia, con i suoi copioni sempre uguali, con quelle scene ripetitive che, dopo poco deludono le aspettative costringendo, spesso in modo compulsivo, alla ricerca, peraltro vana, di nuovi scenari e di nuove situazioni. Del resto l’etimologia del termine, dal greco porneia, prostituzione e gràphein, scrittura, rappresentazione, ci rimanda al sesso senza sentimenti, quello degli incontri occasionali, impersonali, spesso violenti. I protagonisti si somigliano tutti e fanno tutti più o meno le stesse cose. Tutto omogeneizzato al suo valore più primitivo ed immediato, tutto ridotto alla semplice raffigurazione esageratamente esplicita di soggetti erotici e di fatti osceni, a scopo commerciale per chi produce, voluttuario per chi consuma. Tuttavia temo che la condanna acritica della pornografia possa altresì nascondere una difesa moralistica, una sottile paura dei propri desideri. Nella pornografia viene esasperato, in modo talvolta ridicolo e grottesco, qualcosa che fa parte dell’immaginario collettivo. In altre parole se si trova eccitante una certa situazione senza assolutamente permettere che ciò succeda nella realtà perché potrebbe diventare in qualche modo negativo per la propria identità, per i propri valori, per la propria morale, è facile riversarlo nella pornografia.
La pornografia ha la capacità di esprimere ciò che le persone non hanno il coraggio di esprimere poiché nessuno ha la spudoratezza di narrare fino in fondo la molteplicità e la complessità dei propri desideri sessuali più intimi e profondi. Perché il corpo, sotto la pressione delle pulsioni che lo abitano e che emergono attraverso il desiderio sessuale, perde la propria organizzazione e si trasforma in corpo disorganizzato, fatto di organi indipendenti che si sostituiscono gli uni agli altri. Questa messa in scena del corpo carnale ha una sua specificità: non può essere fruita con distacco ma produce a sua volta una visione simbolizzata. La pornografia produce nel corpo dello spettatore l’esperienza che mette in scena. Per questo, nel bene o nel male, non lascia indifferente nessuno. E c’è di più. Volendo fare della psicoanalisi spicciola, la pornografia ricorda la perversione: gioca sulla ripetizione del sintomo, è una meccanica coazione a ripetere, considera l’altro, ma in fin dei conti anche il soggetto stesso, come un oggetto e dunque, in definitiva, rassicura.
Ma attenzione, la pornografia è bugiarda malgrado il suo apparente iperrealismo perché ci offre un solo aspetto, genitale e distrettuale, non integrato di contenuti più complessi attraverso un processo estetico, armonioso. Apparentemente dice tutto ma in realtà non dice nulla, non comunica. Non riesce mai a produrre bellezza. È inevitabile. La bellezza è articolata, complessa, sinuosa. L’erotismo, invece, avvia un processo narrativo, svela qualcosa, induce il desiderio di svelare di più, libera l’immaginazione.
L’erotismo, quando funziona, è proprio questo. Aprire orizzonti di fantasia e spazi di immaginazione. Prima che nel corpo, il desiderio e la passione stanno nella mente, nell’anima. Sono gioco ed invenzione, lucida ricerca della trasformazione del piacere fisico in un piacere da gustare con i sensi prima che con gli organi. L’erotismo dovrebbe non solo divertirci e intrigarci, ma anche suscitare fantasie e curiosità, suggerirci percorsi alternativi, farci dubitare delle nostre scelte precedenti o delle nostre preferenze, proporci modi e luoghi più accattivanti. Dovrebbe risvegliare la nostra attenzione, non distrarla, e quindi aprirci nuove possibilità di conoscenza.
Argomento peraltro non nuovo visto che già Platone ragionò dell’Eros come motore e spinta verso la conoscenza. Nel Simposio infatti lo descrisse, per bocca di Diotima come un demone sempre inquieto e scontento. Eros, nella mitologia greca era il dio dell’amore, immaginato originariamente come simbolo della coesione interna dell’universo e come forza attrattiva che spinge gli elementi della natura ad unirsi tra loro. Per la sua caratteristica di essere principio unificante del molteplice, Platone ne fece un’allegoria della dialettica ossia di quel percorso mentale che risale i diversi gradi della conoscenza partendo dal sensibile per arrivare all’Idea. Qui il discorso ci porterebbe lontano perciò torniamo al tema centrale di queste brevi riflessioni sottolineando come il confine tra erotismo e pornografia si venga a tracciare, comunque, soprattutto negli occhi di chi osserva e risponda fondamentalmente a valutazioni soggettive.
Oggi la società è diventata estremamente tollerante verso l’uso funzionale del corpo e della sessualità, soprattutto, anche se non solo, di quella della donna. Immagini ad esplicito contenuto sessuale farciscono riviste serissime, trasmissioni per famiglie, pubblicità, videogiochi, per non parlare dei siti Internet raggiungibili dai minori senza alcun ostacolo e senza alcun controllo adulto. C’era del vero nelle dure critiche che il movimento femminista aveva rivolto alla pornografia, vista non a torto come uno degli strumenti di oppressione della donna nella società, per il suo ridurla a semplice oggetto sessuale, priva di capacità di pensiero e desiderio o, addirittura, con pensieri e desideri che non sono propri delle donne ma appartengono sostanzialmente all’immaginario maschile. La pornografia infatti catalizza la convinzione virile che le donne siano sempre disponibili ad essere penetrate, insultate, umiliate per soddisfare i loro istinti. I desideri veri delle donne, però, sono molto lontani dal falso mondo della pornografia e si identificano invece nelle atmosfere seduttive dell’erotismo.
Proibire la pornografia, tuttavia, è impensabile. Un po’ perché si rischierebbe di mitizzarla più di quanto già non lo sia e un po’ perché ciò che oggi è considerato pornografico potrebbe, in altri momenti, essere giudicato in modo diverso. Quante volte i nostri predecessori hanno censurato o addirittura pensato di distruggere i nudi michelangioleschi della Cappella Sistina perché ritenuti osceni anziché una sublime espressione artistica?
dott. Filippo Nicolini

BOX: Pubblicità: i costumi sono cambiati

Viviamo in una società che tende a far vedere sempre di più e che è fondata sulla commercializzazione dell’immagine. Uno dei campi nei quali più si concentrano ammiccamenti sensuali, allusioni pornografiche e seduzioni erotiche è oggi quello della pubblicità. Ma il sesso davvero aiuta a vendere un prodotto? Dipende da molti aspetti, dal prodotto che si pubblicizza e, soprattutto, dal target al quale ci si rivolge.
Studi recenti, come quelli pubblicati sul Journal of Consumer Research e su Conversazioni Marketing, hanno dimostrato che più sexy è la pubblicità, meno viene ricordato il brand associato e che la percezione della pubblicità è assai differente tra uomini e donne. In altre parole in presenza di pubblicità che utilizzano immagini femminili a sfondo sessuale, l’attenzione dell’uomo si concentra principalmente sul corpo della donna (le gambe, la pelle esposta, il fondoschiena). Questo dovrebbe far sì che l’uomo apprezzi quella pubblicità ed il relativo prodotto e che venga indotto all’acquisto. C’è però un importante effetto collaterale: con questo tipo di promozione l’uomo bada meno ad elementi quali il logo o le descrizioni testuali e quindi difficilmente assimila il marchio. Paradossalmente nota la ragazza ma tende a non ricordare chi è il mandante di quella bella fanciulla!
Il comportamento delle donne è diverso: le immagini a sfondo sessuale vengono tendenzialmente ignorate, con l’attenzione che si rivolge ai particolari che stanno attorno. Nonostante questo, però, anche per le donne l’assimilazione del brand è molto debole.

BOX: Burlesque, per riscoprire di essere seducente

Nasce sull’onda di un recupero un po’ vintage della seduzione e dell’erotismo negli anni Novanta ma oggi sembra aver trovato un momento di particolare popolarità. È il burlesque, un’arte il cui imperativo è quello di superare il limite dell’imbarazzo esprimendo la propria femminilità e mescolando sapientemente intrigo, fascino e un po’ di ironia. Le fans del burlesque sono donne tra i venti e i cinquant’anni, alla ricerca di un’autostima o di una femminilità che la cultura carrierista e combattiva ha soffocato, dando un nuovo impulso e nuove motivazioni alla propria creatività.
Seguire il burlesque non significa ostentare un fisico perfetto o nudità volgari ma stuzzicare la fantasia e l’originalità. Una sorta di neo-femminismo in cui la donna si riprende consapevolmente il potere di essere seducente, di giocare con il proprio fascino a suo gusto e con le carte che ha a disposizione.
Naturalmente per apprendere i rudimenti di questa raffinata arte sono fiorite esibizioni e corsi dai quali si può apprendere come muoversi, come guardare un uomo, come sfilarsi un guanto o una calza con un sapiente mix di malizia e buonumore. Forse riscoprire una femminilità addormentata dalla routine o cristallizzata dalla pornografia può essere un modo per recuperare la giusta dose di leggerezza e di esuberanza che la sessualità richiede.