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21
Mer, Ago

Essere o non essere: un dubbio o una soluzione?

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Sappiamo ciò che siamo ma non sappiamo ciò che potremmo essere. William Shakespeare

Sappiamo ciò che siamo ma non sappiamo ciò che potremmo essere. William Shakespeare

Sono ormai diversianni che studio gli adolescenti e che osservo incuriosito e interessato l’evolversi del loro sviluppo psicosessuale nel contesto mutevole e sfuggente della nostra società. Non senza una certa fatica, perché le esperienze degli adolescenti si sottraggono a qualunque manovra che cerchi di codificarle, di pianificarle o anche solo di distribuirle in una successione ordinata. Al di là di ogni assetto razionale, l’adolescente avverte che la totalità è scivolosa, che il non senso è in grado di contagiare il senso, oltre che essere più divertente, che il possibile eccede sul reale, che ogni tentativo di comprensione globale emerge da una scena profonda che è caos, disordine, ma anche apertura anzi spalancamento, disponibilità in e di tutti i sensi. E quindi cerca una definizione di sé che ponga fine al suo ondeggiamento continuo, alle sue incessanti indecisioni nonché alla moltiplicazione impulsiva del suo significare. Un Io in grado di assicurargli stabilità, continuità e possesso di sé. Ma questo precario equilibrio è costantemente minacciato e spesso sovvertito dall’irrompere delle pulsioni e dei desideri che lo squarciano, lo aprono al succedersi delle crisi evolutive, che lo strappano al suo onnipotente e narcisistico egocentrismo. Gli adolescenti sono condannati a sondare e sperimentare la loro potenza, a collaudare i margini della collettività, a superare i naturali e continui conflitti emozionali ma possono farlo solo al fianco di adulti autorevoli, solidi, strutturati, non con rappresentanti di esistenze mancate, di promesse non mantenute. Adulti in grado di assorbire gli urti generazionali anche a prezzo della propria, simbolica, “uccisione”, adulti all’altezza del loro compito, adulti capaci di garantire un’identità ai propri successori. Perché per costruire una relazione positiva l’adulto non può ridursi a trattare l’adolescente come un amico, come un compagno di merenda. Trattare i ragazzi come propri pari significa non accoglierli, non guidarli, non prendersi la responsabilità del confronto, spesso dello scontro all’ultimo sangue. In altre parole lasciarli soli in balia delle proprie pulsioni e delle inquietudini che ne scaturiscono. Gli adolescenti sono un anello ancora fragile ed estremamente delicato del sistema sociale e sono quindi influenzabili e manipolabili con grande facilità. Se alle loro spalle viene a mancare una presenza di adulti capaci di elaborare con chiarezza e maturità il senso profondo della crescita e delle trasformazioni nei rapporti tra i sessi, se i genitori non si impegnano a dare un valore e un significato alla relazione con l’altro lasciandosi travolgere dall’individualismo, dall’edonismo, dalle angosce, dalla mancanza di un orientamento valoriale, dallo sconcerto o dalla depressione allora i figli avranno un ingresso nella vita adulta a dir poco problematico. Nella cultura occidentale degli anni recenti la nozione di famiglia nucleare e patriarcale si è profondamente trasformata espandendosi progressivamente da una configurazione triangolare ad una struttura più articolata e complessa di tipo poligonale grazie all’aggiunta di altri elementi alla coppia originale: i nuovi rispettivi partners nonché i parenti e gli affini delle nuove unioni. Si è venuto così a creare il concetto di “famiglia allargata”. Trasformazione non da poco che ha richiesto e richiede ancora sforzo ed energia per essere metabolizzata soprattutto dall’inconscio adolescenziale abituato a riconoscere la propria evoluzione psichica in base alla metafora edipica di freudiana memoria. Ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi con qualche riflessione. Secondo i dettami psicoanalitici l’acquisizione dell’identità sessuale, nella cornice della famiglia classica a matrice patriarcale, era assicurata dalla presenza di due meccanismi, quello della “rimozione” e quello dello “spostamento” garantiti dalla presenza di una figura paterna forte e autorevole. Di padre in figlio si tramandava la proibizione a considerare la madre come oggetto d’amore rimuovendolo e orientandolo appunto su un’altra figura femminile. Disattendendo questa dinamica si attivava simbolicamente il rischio di tremende punizioni e nel contempo si orientava l’immaginario erotico del ragazzo fuori dall’ambito familiare, in un mondo dove si sarebbe confrontato con una realtà irta di ostacoli e di pericoli ma dove avrebbe potuto diventare un maschio adulto pronto a dare continuità alla specie. Nella famiglia “poligonale” succede invece qualche cosa di nuovo che coinvolge tanto il ruolo del padre quanto quello della madre e che potrebbe avere come riferimento metaforico il dramma di Amleto piuttosto che quello di Edipo. La tragedia shakespeariana può infatti attualizzare il discorso e fornire un’utile chiave di lettura delle attuali difficoltà dei giovani nel riconoscersi in un’identità di genere definita e certa. Disturbi legati alla sfera sessuale, al riconoscimento e all’accettazione del proprio corpo o alla strutturazione dell’immagine di sé sono sempre più frequenti e precoci e richiedono modelli di riferimento più articolati e meno vincolati alla vecchia allegoria edipica che forse ha maturato l’anzianità per andare in pensione. Come suggerisce Shakespeare, nel castello di Elsinore è avvenuto qualche cosa di nuovo e di inaspettato. Un fantasma torna per reclamare vendetta. Così Amleto si trova a tratteggiare una condizione psichica del tutto originale e inedita: il tradizionale rivale, il padre, non solo non è colui che simbolizza la Legge e come abbiamo visto il divieto all’incesto, ma è un padre sconfitto e ucciso che reclama solidarietà e vendetta al proprio figlio, al quale invece dovrebbe indicare la via verso il mondo, lontano dagli intrighi familiari. E anche la figura materna si presenta, dopo le rivelazioni del fantasma, in una dimensione inedita. Non è il passivo oggetto di un desiderio proibito ma una donna attiva, coinvolta nella morte del marito e apertamente disposta a nuove relazioni. Con il beneficio della semplificazione è possibile riconoscere alcune linee esistenziali piuttosto frequenti nelle attuali dinamiche familiari. Alla separazione dei genitori seguono spesso situazioni dense di odi e di rancori, di accuse feroci, di insulti, di svalutazioni reciproche nelle quali ai figli vengono chieste alleanze e complicità per sancire chi è il vincente e chi è il perdente. Di sicuro ad essere “vinto” sarà il figlio destinato, come Amleto, a crollare nel tentativo di “rimettere il mondo sui suoi cardini”. E penso che segni della sconfitta siano certamente identificabili proprio nella crescente difficoltà delle nuove generazioni a riconoscersi in un’identità sessuale chiara, vissuta senza troppi conflitti. In altre parole gli adolescenti che beneficiano di un legame genitoriale forte, sicuro, equilibrato, anche all’interno di famiglie allargate, saranno in grado di vivere da adulti esperienze di più profonda intimità nelle relazioni e potranno esprimere una sessualità più libera e coinvolgente. Se questo rapporto sarà caratterizzato dal distacco e se i genitori non avranno saputo vivere in modo adulto e consapevole le loro vicende di coppia, ancorché conflittuali, allora i sentimenti dei figli potranno subirne le conseguenze perché non avranno avuto modo di imparare e comprendere i propri tratti essenziali e l’immagine di sé. Elementi indispensabili per poter vivere, in età adulta, una vita affettiva ed erotica completa e soddisfacente. Con crescente frequenza accolgo nel mio studio adolescenti angosciati dal dubbio di essere omosessuali o con la percezione di aver perso la riconoscibilità del proprio corpo, delle proprie sensazioni o del proprio piacere. Smarriti o indeboliti i tradizionali riferimenti maschili e femminili, uomini e donne non sembrano aver ancora trovato nuovi modelli e nuove dinamiche di relazione che tengano nella giusta considerazione, in modo non ideologico, vendicativo o rinunciatario le profonde trasformazioni che il contesto relazionale primario, cioè la famiglia, ha irreversibilmente avuto. Il diverso modo di essere padre e madre, uomo e donna, marito e moglie rispetto alle generazioni passate è ormai fin troppo ovvio ed evidente per essere ignorato. Quello che è meno ovvio è che tale cambiamento può produrre dolore, sofferenza psichica, disperazione, patologia. Prenderne atto onestamente e in modo costruttivo significa non permettere che queste trasformazioni, possibili e spesso faticose, divengano oggetto di manipolazione culturale in senso generale ma soprattutto da parte dei mass-media, assumendo il ruolo di “fenomeni di costume”. Altrimenti tutto ciò che attiene alla sfera dell’evoluzione e della vita sessuale rischia di diventare solo materia utile per accendere e stuzzicare la morbosità contaminata dall’ossessività del consumismo e dalla cultura dell’immagine e della trasgressione. Fiducia in sé e identità sessuale sono elementi indissolubilmente intrecciati il cui armonioso sviluppo dipende primariamente da un riconoscimento chiaro ed equilibrato dei modelli di attaccamento. Senza modelli educativi che li abituino ad interagire con se stessi, ad ascoltarsi, ad esplorarsi, spezzando il terrore della solitudine e il loro disorientamento evolutivo, gli adolescenti rischiano di diventare semplici spettatori di se stessi in un folle e anarchico reality show. dott. Filippo Nicolini BOX: Amicizie amorose e sesso verbale Secondo recenti ricerche condotte dai ricercatori della University of Nebraska la promiscuità del sesso tra adolescenti è sovrastimata. Più che farlo ne parlano, perché più ne parlano più danno ad intendere di farlo, sentendosi “fighi”. Il sesso è l’argomento di conversazione “cool” per eccellenza, l’ideale per sentirsi accettati dai compagni, e se si millantano rapporti usa-e-getta, senza amore (il cosiddetto “hooking up”), ancora meglio. L’anno scorso uno studio del consultorio per adolescenti della provincia di Padova ha rivelato che per i teenager di oggi il sesso è quasi sentito come un “dovere” e che le ragazze che a 14 anni non l’hanno ancora fatto si vergognano della propria verginità. Non stupisce che molti, pur di essere accettati, raccontino di esperienze che non hanno avuto. Il problema è che a furia di parlare e sentir parlare di rapporti in questi termini, i ragazzi abbandonano ogni prudenza a livello di contraccezione, usando spesso l’alcol o le droghe per superare la timidezza (nel Regno Unito, secondo la Sheffield University, è questo l’approccio più in voga tra i 14 e i 16 anni, e per la Società italiana di pediatria il fenomeno in Italia interessa addirittura i dodicenni). Il tutto a favore di gravidanze indesiderate e malattie. Sempre più in voga la figura del “trombamico”, simile a quelle che un paio di decenni fa venivano chiamate le “amicizie amorose”. Il problema, ancora una volta, è la sicurezza: secondo gli studi più recenti, il 13% delle gravidanze indesiderate si verifica in donne al di sotto dei 20 anni e per quanto riguarda le malattie sessualmente trasmissibili, solo il 58% dei teenager dichiara di conoscere l’esistenza di altre malattie oltre all’AIDS. Senza contare che l’80% delle 17enni italiane non ha mai fatto una visita ginecologica e recupera le informazioni sulla sessualità esclusivamente on line.