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Lun, Gen

L'autogol di Libero

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liberologo"Libero", il quotidiano filoberlusconiano famoso per le crociate contro Santoro, Di Pietro, Travaglio e Grillo oltre che per il fatto di essere stato diretto per oltre un lustro da Vittorio Feltri, ha fatto un autogol clamoroso.

In un articolo di qualche giorno fa se l'è presa con un quotidiano concorrente (Il Fatto Quotidiano) reo di godere della tariffa postale agevolata (50%) come tutti gli altri prodotti editoriali per le 10.000 copie che ogni giorno finiscono nelle cassette delle lettere degli abbonati del giornale diretto da Padellaro.

Secondo la tesi di Libero, da un anno circa diretto da Maurizio Belpietro, questi sono aiuti di Stato e quindi il giornale non può fregiarsi del sottotitolo riportato sotto la testata "Il Fatto Quotidiano non riceve finanziamenti pubblici". La tesi, legittima ma traballante fin dal punto di vista semantico se è vero che per "finanziamento" secondo il dizionario si intende "un'operazione con cui un'impresa ottiene il denaro necessario per realizzare un dato progetto di investimento" (e non è evidentemente questo il caso poiché Il Fatto non vede un euro finire nelle proprie casse) è stata presto smontata dal Fatto. Il giornale chiamato in causa però non si è accontentato e ha spiattellato la verità sulle origini e sui finanziamenti pubblici (questi sì, veri finanziamenti) di Libero, la cui storia merita senz'altro il premio alla flessibilità societario-editoriale e quindi di essere studiato in sede accademica.

In breve, il Fatto ricorda che:

1. Libero nasce come organo del Movimento Monarchico Italiano (Mmi) che godeva di un finanziamento pubblico di 8.000 euro per il periodico Opinioni Nuove in quanto organo d'informazione rappresentato in parlamento da senatori e deputati del Mmi. La testata fu venduta a Stefano Patacconi (morto suicida nel 2001) e quindi Libero (che è ancora registrato sotto il nome "Opinione Nuove") passò di mano e fu acquisito dagli Angelucci, imprenditori della sanità appassionati di editoria.

2. Per intascare più soldi (pubblici) la via più semplice è quella di aumentare la tiratura del giornale, anche a costo di regalarlo. E così la creatura di Vittorio Feltri, come documentato da Report in una puntata del 2006, stampa tonnellate di giornali che non saranno mai venduti ma che vengono collocati in distribuzione gratuita nei pressi delle fermate delle metropolitane e in altri punti strategici di molte altre grandi città. Nel 2003 Libero riceve dallo Stato grazie a questa strategia e al fatto di essersi trasformato in "cooperativa speciale" ben 5.371.151,76 milioni di euro. Geniale!

3. Nel 2004 Libero incassa ancora di più: 5.990.900,01 euro più 463.742,64 euro come credito di imposta sulle spese sostenute per l'acquisto della carta utilizzata (!). Più giornali stampi, più contributi incassi, più carta sprechi per un giornale che nessuno compra più credito d'imposta ottieni. Stupefacente!

4. Il contributo statale aumenta ancora l'anno successivo: 6.417.244,86 euro cash più 558.106,53 euro come credito d'imposta.

5. Dal 2005 inoltre, Libero riceve contributi pubblici perché edito da un'impresa editrice la cui maggioranza del capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali. Quindi nel 2006 incassa 7.953.436,26 euro e nel 2007 7.794.367,53 euro. La legge non cambia ma la cooperativa si trasforma in srl, la Editoriale Libero. Per ottenere i finanziamenti però è sufficiente che il socio di maggioranza sia una fondazione e così oplà ecco la Fondazione San Raffaele, Presidio ospedaliero di Ceglie Messapica (BR) che diventa capofila della srl.

6. Nel 2008 il contributo statale per Libero è arrivato a quota 7,8 milioni di euro!

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Domanda 1: Quanto è costato Libero ai cittadini italiani?

Risposta: circa 35 milioni di euro in 7 anni! Anche chi non ha mai letto Libero sappia che una copia l'ha acquistata anche lui. Solo che non lo sapeva...

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Domanda 2: riuscirebbe Libero a sopravvivere più di una settimana senza i finanziamenti pubblici?

Risposta: NO! Nel 2008 i 98 dipendenti del giornale (tra i quali ci sono ben 83 giornalisti) sono costati nientemeno che 7,5 milioni di euro (300mila euro in meno del contributo).

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