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Mer, Ago

I dilemmi e i silenzi di Pio XII, di Giovanni Miccoli

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Si apre, questo libro, con una magistrale lezione di storia. Nella Prefazione, con la chiarezza che accompagna la lucidità e il rigore intellettuale più sicuri, Giovanni Miccoli ricorda, sulla scorta dell’insegnamento immortale di Marc Bloch, che il compito della storia, come disciplina, dev’essere quello di comprendere.

Che la sua funzione sociale preminente, è di fornire alla collettività strumenti e materiali per capire il passato. Solo comprendendo il passato, la società riesce a pensarsi inserita, coinvolta in uno svolgimento di cui il presente è l’ultima fase. Allora, per interpretare il presente, per conoscere ciò che è, è irrinunciabile sapere e comprendere ciò che è stato.

Ma comprendere non vuol dire, necessariamente, perdonare. Né tanto meno giustificare. Il giudizio morale, spiega Miccoli, nello studio del passato non lo si può e non lo si deve eludere. È parte integrante della condizione umana, o meglio, di una condizione umana che ancora «non ha abdicato a se stessa». Tuttavia, da solo non basta e non serve a capire. In quanto ha bisogno di essere sorretto, abbracciato in un giudizio più ampio e più alto, che è il giudizio storico. Quello, cioè, che valuta gli avvenimenti e le azioni individuali per gli effetti che hanno prodotto, sulla vita degli esseri umani e sugli sviluppi della società. Di più, dice Miccoli: il biasimo e l’indignazione morale non solo non bastano, ma possono fuorviare, rallentare, sfavorire, addirittura impedire la comprensione di ciò che invece va assolutamente compreso.

Limitarsi a una condanna della Shoah; attribuire, più o meno coscientemente, a un Male imponderabile, a un’origine “demoniaca” il progetto, attuato dai nazisti e dai loro complici, di annientamento di un intero gruppo umano – bambini appena nati e vecchi compresi – ritenuto colpevole di esistere in quanto tale; sospingere nel campo dell’irrazionale lo sterminio degli ebrei, che resta evento unico perché categoria a sé, concentrato di ogni tipo di violenza e oppressione; «sottrarre la Shoah alla storia» e rinunciare «almeno in parte a capire» un fatto tanto mostruoso, significherebbe arrendersi intellettualmente, nonché «cancellare le responsabilità dirette e indirette» che l’hanno reso possibile.

Dichiara Miccoli: «Questo libro non ha la storia della Shoah e del suo svolgimento come tema centrale. Esamina un settore significativo del contesto in cui si realizzò: nella persuasione che il tentativo di dare una risposta a quella domanda – come è potuto accadere? – non può limitarsi a prendere in esame i percorsi e le azioni dei diretti responsabili ed esecutori». Il «settore significativo» che Miccoli indaga è la Chiesa cattolica. In particolare l’atteggiamento tenuto dai vertici dell’istituzione, a cominciare dal pontefice Pio XII, di fronte alla progressiva distruzione degli ebrei in Europa (per richiamarci a quel grande libro di Raul Hilberg – che non solo è un’indispensabile ricerca, ma un vero dono all’umanità).

È un argomento, questo, che da quarant’anni almeno non manca di infiammare episodicamente il dibattito politico-culturale dell’Occidente. La miccia è stata innescata nel 1963 dall’opera teatrale Il Vicario, di Rolf Hochhuth, che aveva affrontato in chiave accesamente polemica la questione, facendo dilagare, fin sulla stampa più popolare, una discussione in realtà matura già da tempo. Era dall’immediato dopoguerra che serpeggiava un disagio, non limitato al circolo dei fedeli cattolici, un forte rammarico che le cose non fossero andate in modo diverso: ovvero che il Vaticano, in merito all’orrore della Shoah, non si fosse portato al di là del «riserbo» e del «relativo silenzio», per usare le espressioni di Miccoli. Tuttavia, in un primo tempo il trauma provocato dall’immensa rovina della guerra aveva impedito che certi punti, a livello di coscienza collettiva, venissero affrontati di petto. Soprattutto l’enormità dei crimini nazisti, così al di fuori della comune misura umana, induceva a pensare che ogni opposizione non armata, durante il conflitto, sarebbe stata pressoché impossibile, o comunque vana.

Man mano, però, che quella stessa enormità si andava facendo consapevolezza diffusa, aumentava il rimpianto che non ci fosse stata, proprio mentre quegli eventi sconvolgenti si consumavano, una voce all’altezza del momento. Una forza spirituale capace di fronteggiare la situazione estrema, che desse «vivo agli uomini il senso della lotta per la vita o per la morte che si stava allora combattendo». Era naturale che si puntasse gli occhi sulla Chiesa di Roma: un’istituzione che sempre, al di là di fedi diverse o divisioni di cultura, si era proclamata testimone di verità e valori universali, degni di essere espressi perché propri alla condizione umana in sé. Si consideri che questo passaggio di orientamento, nell’opinione pubblica, avveniva agli inizi degli anni Sessanta, nel momento in cui le scosse della Guerra fredda, ancora una volta, gettavano il mondo nel terrore. Si trattava cioè di «un esame retrospettivo condotto alla luce delle nuove inquietanti domande poste dal proprio presente».

Da allora, la discussione si è ciclicamente riproposta, scandendo il processo di beatificazione di Pio XII avviato dalla Chiesa, processo che si trova oggi in fase avanzata. Solo due anni addietro, fece assai parlare di sé il libro di Daniel Goldhagen, Una questione morale, netto nel condannare l’«antisemita» Pio XII. E appena qualche mese fa, la figura dello stesso pontefice è incorsa in nuove, aspre critiche per la sua decisione, recentemente comprovata, di non restituire ai legittimi parenti, dopo la guerra, i bambini ebrei salvati dalla Chiesa, e dalla Chiesa battezzati cristiani, a sterminio in corso. Della vicenda ha dato ampio resoconto il «Corriere della Sera», che ha rappresentato la “sede” privilegiata di questa nuova tappa della querelle su Pio XII.

Prima di questi ultimi sviluppi, già nel 2000, Miccoli notava come il trascinarsi della questione, sebbene avesse conosciuto, in alcuni momenti, un indubbio progresso sul piano della raccolta documentaria e dell’inquadramento generale del problema, aveva lasciato dietro di sé soprattutto un alone di polemiche vuote e sterili. Con numerose cadute di stile e di tono, per di più, in un «piatto» e sempre più «stanco arroccarsi dei due fronti contrapposti»: gli “accusatori” e gli “apologeti”. Il loro periodico riemergere, per Miccoli, «mostra tutti i limiti di un’impostazione del problema in cui il momento controversistico resta predominante, funzionale alle proprie posizioni ideali e alle proprie battaglie del presente». Quando, invece, la questione preliminare «non sta nel chiedersi o nell’argomentare ciò che Pio XII avrebbe dovuto fare, nel rivendicare che ha fatto ciò che doveva o nel sostenere l’opposto, ma nel cercare di illustrare e capire ciò che lui e i suoi collaboratori hanno fatto, come hanno operato, e soprattutto perché hanno fatto e operato così». Fare storia non per giudicare moralisticamente, come si diceva sopra, ma per comprendere: «è una regola elementare della ricerca storiografica, ma è anche una questione di onestà e pulizia intellettuale».

È un fatto, dunque, che da papa Pio XII, durante la guerra, non vennero parole di condanna, esplicite e pubbliche, del massacro che in Europa stavano subendo gli ebrei. Le sue espressioni, infatti, non andarono mai al di là di una generica deprecazione del conflitto. Un secondo fatto, ormai innegabile, è che in Vaticano si avevano notizie, definite più che sufficientemente, di quanto stava accadendo. Non ci si riferisce solo alla chiusura degli ebrei nei grandi ghetti polacchi, o alle deportazioni, sistematiche dall’ottobre 1941, che colpirono tutte le comunità ebraiche nell’Europa controllata dai nazisti: quelli, infatti, erano eventi pubblici «che avvenivano, per dir così, sotto gli occhi di tutti». Ci si riferisce proprio alla soluzione finale, all’applicazione del progetto di sterminio integrale. I governi alleati ne ebbero notizia certa nella seconda metà del 1942. Come è noto, denunciarono pubblicamente il fatto in una nota congiunta il 17 novembre.

«Tali informazioni – scrive Miccoli – furono ovviamente espresse anche alla Santa Sede. Ma per il Vaticano un’altra fonte di notizie, ben più importante perché non sospettabile di amplificazioni e deformazioni propagandistiche, era rappresentata dai nunzi […], dallo stesso episcopato tedesco e dagli episcopati e dal clero dei paesi invasi». E conclude: «ciò che del resto nel corso del 1942 è ancora testimonianza inequivocabile ma circoscritta di iniziative e vicende atroci […] si articola e si precisa tra la fine del 1942 ed il 1943 in informazioni sempre più insistenti, dettagliate e puntuali, dove la sostanza dei fatti c’è ormai tutta e manca solo la documentazione fotografica per dar loro quell’evidenza allucinante che restava altrimenti difficile da immaginare».

I cinque capitoli del volume di Miccoli sono forti di un apparato critico di notevole ricchezza: per la vastissima letteratura storiografica consultata e per l’approfondito lavoro sulla documentazione d’archivio. Inoltre, tale materiale è sostenuto da una valutazione sempre penetrante, capace non solo di rivolgere alle fonti le domande più pertinenti, ma pure di scrutarne le pieghe recondite, o persino, quando è il caso, di percorrere il «terreno scivoloso» dei loro silenzi. In questo modo, vengono perlustrati in modo del tutto convincente anche i “perché”, le cause dell’imbarazzato e imbarazzante riserbo, tenuto dal Vaticano di fronte a circostanze tanto drammatiche.

Si tratta di un complesso e stratificato ordine di motivazioni. C’era la preoccupazione di tutelare i milioni di cattolici tedeschi, la paura di «mali maggiori», e cioè che un intervento deciso provocasse un attacco ancor più feroce del regime hitleriano contro la Chiesa, già oggetto, in Germania, di persecuzioni e di provvedimenti limitativi della sua azione pastorale. C’era l’esigenza di non spaccare il mondo cattolico, già attraversato da orientamenti diversi sull’atteggiamento da assumere verso i regimi totalitari di destra. C’era la volontà, da parte di Pio XII, di scansare strumentalizzazioni, e di non venir meno al suo dovere di imparzialità, mantenendo il ruolo di “padre comune” di tutti i fedeli, fossero schierati nell’uno o nell’altro fronte di guerra. C’era, poi, la convinzione che il bolscevismo sovietico rappresentasse comunque il pericolo più grave, e perciò la persuasione che la Germania nazista potesse fungere da freno alla sua espansione. C’era, in questo senso, anche il rifiuto storico del liberalismo e della democrazia, l’attaccamento a un’idea di società gerarchica, improntata al rispetto dell’autorità: sono aspetti connaturati ai totalitarismi di destra, ed elementi che incontravano, non solo in funzione antibolscevica, il manifesto favore della Chiesa.

E infine, ebbe un peso determinante la tradizione dell’antisemitismo cattolico. Dopo la Rivoluzione francese, che aveva dato l’avvio alla parificazione giuridica e civile degli ebrei, la secolare disputa teologica contro il popolo considerato «deicida» si era arricchita di un ingrediente politico. Gli ebrei vennero visti, in diffusi e ramificati ambienti dell’opinione cattolica, come i principali artefici della Rivoluzione, i responsabili diretti dell’evento storico, cioè, che infranse per sempre l’ordinata società d’antico regime, imbevuta e retta dalla cristianità. Dalla Rivoluzione, infatti, scaturirono per la Chiesa tutti gli “errori” dei tempi moderni: «la massoneria, la rivoluzione francese, il liberalismo, il laicismo, lo stesso socialismo vennero visti come i differenziati prodotti di quell’unica matrice che era costituita dal progetto ebraico di cancellare ogni presenza e influenza cristiana dalla società per potere costruire così il proprio dominio sul mondo», spiega Miccoli. Non fu certo un antisemitismo razzista. Anzi, le dottrine nazionaliste e razziste, fatte proprie e promosse dai regimi nazifascisti, vennero decisamente deplorate dalla Chiesa. Fu piuttosto un antisemitismo spirituale, fondato sul Talmud e non sul sangue, che non fu avverso in linea teorica a legislazioni speciali, che limitassero – su basi etiche, confessionali e non razziali – l’influenza degli ebrei nella società. Anche un antisemitismo di questo tipo fu tra i fattori che agirono e condizionarono, pesantemente, i dilemmi e i silenzi di Pio XII.

 

Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Rizzoli, Milano 2000.

 

Patrick Karlsen