Abisso quella storia lo è per la sua letteratura, ma anche viceversa, l’una e l’altra essendo alfa e omega della stessa antinomia. Presumibilmente, qui è Magris che ne svela la consistenza: quando nell’ultimo capitolo, nello sforzo magnifico di ribadirne l’indicibilità, pure la dice «di carta». Se vuole aderire a sé stessa – è il fulcro del ragionamento – se vuole rivelare la sua sincera natura, Trieste deve porsi sommessamente al di fuori della realtà e delegarsi di buon grado all’ombra della letteratura. E quindi, per l’
appunto, è «città di carta».
Si faccia attenzione: sommessamente. Senza cioè che traccia di proclami o di esternazioni accompagni l’atto del congedo. La rinuncia a dichiararsi ha bisogno di toni minori, dell’interiorizzata coscienza del proprio destino e dei propri lutti. Altrimenti la malinconia troppo solleticata scade nel melodramma di bassa lega. Anche per la squisita eccezionalità di Trieste, così, il rischio della farsa patologica è sempre reale. Gli autori sono avveduti e lo fanno presente in modo stentoreo: non passano più di venti pagine che si cita Fabio Cusin, fra i massimi fustigatori nei secoli del «particolarismo» triestino, e si suggella la fine del libro con quello scintillio di pagine sulla «letteratura al quadrato».
Particolarismo, letteratura al quadrato, sono le degenerazioni di una differenza oggettiva, quando cessa di essere mite, quasi vergognosa condizione interiore; quando finisce esibita. La si è fatta alibi dei propri impacci, inettitudini, sonori fallimenti («no se pol…») ed è stata mandata alla macina dell’industria culturale, per sfornare operazioni talora monocrome e per garantirsi le entrate di un turismo che resta timido, non decolla davvero mai.
Autoerotismi congiunti, che fanno aggio indebito sulla differenza della città, la esaltano e la snaturano. Sul piano politico, il particolarismo implica la balzana convinzione di molti triestini di essere meritevoli di un trattamento sempre speciale. Porta diritto al cuore delle piagnucolose, costanti richieste di assistenza e all’immobilità patetica, pregna di rimpianti, che danno a Trieste il clima livido e inacidito del gerontocomio. La letteratura al quadrato ne è la declinazione sul piano artistico-creativo. È quella pratica di scrittura sommamente autoreferenziale, altrettanto altalenante nei risultati poetici, che cerca ossessivamente il paradigma della triestinità, gravandola degli elementi propri alla sua letteratura migliore: un discorso che si alimenta delle sue ridondanze e si cristallizza nel cliché. Quando invece, nelle opere immortali che sono nate da Trieste, la città, la sua geografia, il suo spirito, rimangono sullo sfondo, rifuggono dalla teoria, trascendono il particolare, si offrono come condizione universale.
Di che cosa? Cosa ha fatto di Trieste la città-specchio, la città-laboratorio, la città-vaticinio d’Europa? Il suo essere e non essere. Rapita da un parossismo di nazionalismi confliggenti, austriaca e non solo austriaca, italiana e non solo italiana, slovena e non solo slovena, all’alba del Novecento pareva arrivata per prima alla soglia dell’esplosione che di lì a poco avrebbe fatto in mille pezzi il vecchio continente. Qui, avanguardia sismica di quell’enorme sismografo che era l’Impero absburgico, meglio che altrove era possibile percepire il senso della crisi: l’esito – scrivono gli autori – della Kultur europea, che era l’immemore e immane sogno di organizzare il sapere e dare ad ogni cosa la sua definizione. Michelstaedter, il filosofo e poeta goriziano restato vittima del proprio genio, suicida a ventitré anni, l’avrebbe chiamata rettorica quella sorta di overdos
e linguistica che condannò l’occidente a costatare l’assenza di qualunque fondamento e scoprirsi sprovvisto, scandalosamente, delle parole necessarie a placare la sua stessa furia catalogatrice. E Trieste era indefinibile, era, ed è restata, il luogo dell’indefinibile per eccellenza. Non luogo, tout court, per Hermann Bahr, drammaturgo viennese, 1909; patria utopica di tutti gli esuli, nelle elegiache riflessioni di Jan Morris, circa cent’anni dopo, 2001.
Un’identità di frontiera, sottotitolano così Ara e Magris il loro intramontabile testo, e anch’essi colgono bene il paradosso. Nel viaggio dell’anima dal centro alla periferia la nettezza cede alla sfumatura e all’impalpabile, l’identità non può che scolorare e diventar altro da sé. Tutti i tentativi di fissare Trieste in un’ultima parola spezzano il baluginio del miraggio, fanno una statua di sale della sua cangiante natura, ne assecondano il sempre latente cupio dissolvi. Questo sono stati e ciò hanno provocato i nazionalismi d’ogni segno. La letteratura al quadrato è certo meno pericolosa, ma colpisce nella medesima direzione. Refrattaria al dirsi e al dire, Trieste va vissuta, al più raccontata, ma – sembra – unicamente con il senso di colpa del commerciante che nasconda le sue carte e torni al banco della bottega, persuaso (solo un attimo, mai per davvero) che col ghiribìz de scriver stia perdendo il suo tempo.
Nel celeberrimo vorrei dirvi di Slataper, in quell’esitante condizionale c’è anche il pudore di chi sa che dire è impossibile, e a Trieste quasi sempre fa male. Non per nulla gli autori con Slataper inaugurano il libro e con Slataper lo chiudono, riferendo un brano di una sua lettera a Sibilla Aleramo del 1912: «Quando poi qualcuno viene, noi non sappiamo fare altro che condurlo per queste grigie vie e meravigliarci che egli non capisca». E pare che voglia dire: è Trieste, amica mia, ovvero dell’indicibilità.
Patrick Karlsen
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Angelo Ara, Claudio Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino 2007 (I ed. 1982).
Angelo Ara (1942-2006) è stato docente di Storia Moderna all’Università di Pavia.
Claudio Magris (1939) è docente di letteratura tedesca all’Università di Trieste.

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