Don Giovanni: Ah, ma che bel corpicino e che occhietti penetranti!
Carlotta: Signore, mi fate vergognare tutta.Don Giovanni: Ah, non dovete vergognarvi ad ascoltare le verità che vi riguardano. Sganarello, che cosa te ne pare? Si è mai visto nulla di più delizioso? Voltatevi un poco, per piacere. Ah, che figuretta graziosa! Alzate un poco la testa, vi prego. Ah, che visetto minuto! Aprite bene gli occhi. Ah come sono belli! Fatemi vedere un momento i vostri denti, per favore. Ah, che tesori, e che labbra appetitose! Veramente, sono incantato, e non ho mai visto una fanciulla tanto affascinante!
(Moliere, Don Giovanni, atto II, scena II).
È il colloquio di assunzione il momento più a rischio. In Italia, più della metà delle donne che hanno subito ricatti, molestie e addirittura violenze sessuali sul posto di lavoro, hanno vissuto queste esperienze durante gli incontri per ottenere un impiego. Una battuta un po’ più spinta, qualche strusciamento, una mano che accarezza la schiena, il collo, una gamba… fino a connotazioni sessuali sempre più esplicite ed insistenti: così iniziano i racconti di decine di donne oggetto di molestie nei luoghi di lavoro.
È un fenomeno in progressivo ed allarmante aumento: secondo alcuni dati forniti dalla Comunità Europea, in Belgio il 34% delle donne ha subito qualche forma di molestia, in Gran Bretagna e in Germania la percentuale si colloca tra il 50% e il 60%, fino al preoccupante dato della Spagna con un impressionante 80%. Anche in Italia i dati non sono confortanti perché le statistiche risultanti da una ricerca svolta dall’Università “La Sapienza” di Roma indicano che ogni anno le donne che subiscono molestie sessuali sul lavoro sono oltre 800.000.
Sono cifre che indubbiamente spingono a qualche riflessione: per farlo cerchiamo innanzitutto di definire in modo preciso il contesto nel quale ci muoviamo.
Costituisce molestia sessuale ogni atto o comportamento anche verbale, a connotazione sessuale, o comunque basato sul sesso, che sia indesiderato e che arrechi, di per sé o per la sua insistenza, offesa alla dignità e libertà della persona che lo subisce, ovvero sia suscettibile di creare un ambiente di lavoro intimidatorio, ostile o umiliante nei suoi confronti.
La gamma delle possibili situazioni, che portano la vittima ad un progressivo logoramento psicologico, è molto vasta: si va dalla frase equivoca, a doppio senso, al fraseggio volgare, dall’apprezzamento pesante alla proposta diretta, dalla minaccia subdola e imbarazzante ripetuta più volte fino al gesto oscenamente esplicito, alle avances più meschine, al ricatto o all’intimidazione vera e propria.
In ogni caso le molestie sessuali, rivolte principalmente alle donne, vanno considerate fra le “violenze psicologiche” più gravi ed offensive che la donna possa subire. Senza raggiungere lo spettro di una violenza fisica evidente, la molestia sessuale è pur sempre una violenza, una violenza emozionale, sottile, ambigua e strisciante, sempre più frequente e sempre più mimetizzata che intacca la dignità della persona, ne offende la personalità, invade la sfera privata e distrugge progressivamente l’immagine di sé soprattutto nei soggetti più deboli e vulnerabili.
Il molestatore conta solitamente sulla complicità del silenzio e della sorpresa di una vittima psicologicamente indifesa. Chi subisce la molestia è spesso impreparato a difendersi al primo, inatteso attacco: la mancata reazione favorisce perciò l’innescarsi di un’escalation alla quale risulta sempre più difficile sottrarsi anche perché la vittima è spesso costretta a vivere la situazione con vergogna e in solitudine. È infatti raro che chi è oggetto di molestie informi i familiari, sia per il timore di reazioni inconsulte nei confronti del molestatore, ma soprattutto per la quasi certezza di sentirsi ribaltare addosso la responsabilità delle attenzioni ricevute. Ugualmente raro è che chieda l’aiuto dei colleghi o delle colleghe di lavoro che, il più delle volte, scelgono di non intromettersi per evitare guai o spiacevoli prese di posizione nei confronti di altri colleghi o, peggio, nei confronti di superiori.
Così la persona molestata perde progressivamente la tranquillità e inizia a vivere le giornate lavorative in uno stato di crescente ansietà e insicurezza o con atteggiamenti di agitazione e irritazione permanenti. Con il passare del tempo questo stato di disagio psicologico si consolida e possono insorgere sintomi tipici delle patologie ansiogene o dei disturbi post-traumatici come ad esempio svogliatezza, difficoltà di concentrazione, nervosismo, difficoltà con il cibo e con il sonno, emicranie ed altre somatizzazioni associate a sindromi depressive, abbassamento dell’autostima, alternanza dell’umore, forte senso di inadeguatezza. Nei casi più gravi, generati solitamente da situazioni di tipo vessatorio o ricattatorio, il quadro può ulteriormente complicarsi, tanto a livello psichico quanto a livello organico.
Coloro, e sono molti, che sottovalutano o contestano l’esistenza del problema si appellano di solito alla difficoltà di stabilire una linea di confine oggettiva tra il corteggiamento, la scherzosa o affettuosa presa in giro, il goliardico cameratismo e la molestia sessuale. Il gioco del corteggiamento, antico come l’uomo, è infatti allegro e divertente, e assume le forme più svariate a seconda della sensibilità, della cultura e dell’ambiente in cui ci si trova: è, però, sempre un comportamento esplicito, ma soprattutto discende da una dichiarazione d’interesse. Senza l’accettazione da parte del destinatario di questo interesse, il corteggiamento non ha più alcuna ragione di essere.
È la sensibilità della persona in oggetto che determina l’insindacabile confine tra ciò che è gradito e ciò che non lo è. Qualcuno, infatti, può sentirsi offeso e umiliato mentre qualcun altro può essere gratificato dalle “attenzioni” che gli vengono rivolte, considerarle apprezzamenti o segnali di interesse inseriti in un narcisistico gioco di seduzione. Magari un po’ spinte, a volte grevi e volgari, ma tutto sommato accettabili.
La valutazione soggettiva e la soglia di tolleranza lasciata alla sensibilità individuale, confermate anche da una Raccomandazione della Comunità Europea in materia, sono giustificate proprio dalla volontà di non introdurre forme di repressione nel libero gioco dei rapporti tra i sessi. Ma non va neanche alimentata la paura femminile di un corpo che “alluda suo malgrado”. La donna è spesso costretta ad interrogarsi sui messaggi inconsapevoli a contenuto sessuale che trasmette e sulle incontrollabili conseguenze interpretative che tali messaggi possono provocare poiché il corpo femminile sessuato non è neutralizzabile sul posto di lavoro come non lo è nel sociale o nell’immaginario collettivo.
È necessaria, quindi, una maggiore sensibilizzazione intorno a questo problema che, come si è già detto, rimane molte volte nascosto per omertà, per vergogna o per paura delle ripercussioni, partendo dalla consapevolezza che la Legge, con norme sempre più precise e con l’istituzione del “consigliere di fiducia” operante all’interno delle strutture lavorative, viene oggi in aiuto a chi, a vario titolo, sta subendo molestie sessuali partendo dall’assunto che ogni atto che disturba anche in minima parte la sfera sessuale altrui costituisce un reato penale.
Ma i tempi della Legge, si sa, possono essere lunghi. Occorre, perciò, sapersi difendere anche in tempo reale: le molestie, a differenza della violenza sessuale vera e propria, sono fondamentalmente pressioni psicologiche e vanno pertanto affrontate con un ventaglio competente di abilità cognitive, emozionali e comportamentali. Tali strategie dissuasive, apprese con l’aiuto di uno psicoterapeuta esperto, offrono una protezione e permettono il fronteggiamento delle situazioni critiche attraverso una serie di “mosse” psicologiche volte a reagire, colpire nelle aree più vulnerabili e difendersi dalle eventuali reazioni dell’aggressore senza sentirsi in colpa, senza provare eccessiva ansia e senza compromettere le relazioni sociali, mantenendo comunque un buon rapporto interpersonale con l’altro.
In conclusione, possiamo dire che le molestie sono atteggiamenti distorti legati ai ruoli, alle identità di genere e agli stereotipi sociali, e possono a tutti gli effetti essere considerate patologie dei ruoli e delle identità di genere così come lo sono della sessualità. E se sorgesse il dubbio nel valutare se un comportamento è una forma di corteggiamento o un’offesa, è un complimento o una molestia, prima di rivolgere qualche attenzione a una collega o a un collega chiediamoci se faremmo lo stesso in presenza di nostra moglie o di nostro marito… Se la risposta è negativa, rinunciamo!
dott. Filippo Nicolini, psicologo

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