Nel nostro Paese si deve al dottor Antonio Maglio, negli anni Cinquanta, il merito di aver raccolto l’eredità inglese di Guttmann e di aver ideato e ottenuto la prima olimpiade per atleti paraplegici. Per quasi vent’anni la pratica sportiva e le gare internazionali da noi vengono garantite solo dal sostegno finanziario del centro Inail di Ostia, dove Maglio era primario, mentre una rappresentanza nazionale si concretizzerà solo nel 1990 con la costituzione della Fisd (Federazione italiana sport disabili), l’ente rappresentativo delle diverse federazioni sportive competenti in materia di handicap. Bisogna aspettare quindi il 2003 per la sua attuale trasformazione in Comitato italiano paralimpico (Cip), che si occupa non solo di preparare gli atleti e organizzare le manifestazioni sportive, ma anche, ed è questa la novità, di “promuovere la massima diffusione della pratica sportiva per disabili in ogni fascia di età e popolazione” (Legge 189/03, Norme per la promozione della pratica dello sport da parte delle persone disabili).
Il Friuli Venezia Giulia ospita una rappresentanza del Cip a Cordenons (Pordenone) alla quale fanno capo circa 500 atleti (un sesto dei quali donne), 15 società sportive e 14 discipline. Una mole di lavoro svolta in collaborazione con gli enti locali, fra i quali la Regione che nel 2006 ha contribuito con circa 40.000 euro “permettendo la realizzazione di numerose iniziative sportive, culturali e l’acquisto di attrezzatura sportiva specialistica – informa Marinella Ambrosio, presidente del Cip regionale – anche se i progetti e le richieste sono decisamente più consistenti dei reali contributi erogati”. Notevoli comunque sono i passi avanti fatti negli ultimi anni. Dal 1996, quando in regione si contavano solo due società sportive per diversamente abili, le strutture si sono moltiplicate esponenzialmente.
“Il disabile che vuole avvicinarsi allo sport – sostiene Rosanna Menozzi, campionessa italiana nel 2005 di handbike – ha mille possibilità di farlo, basta volerlo”. Più facile a dirsi che a farsi. Rosanna ci ha messo otto anni anche solo ad uscire di casa dopo l’incidente che da
adolescente l’ha costretta in una sedia a rotelle. “Per molto tempo – confida Rosanna – ho rifiutato la mia disabilità e anche se i membri dell’Associazione paraplegici mi erano vicini, io mi tenevo alla larga perché non volevo avere nessun contatto con le persone in carrozzina”. Poi una serie di stravolgimenti, affettivi e oggettivi come la ristrutturazione della casa in funzione della sua disabilità, la portano nel Centro progetto Spilimbergo, dove la sua vita cambia radicalmente ancora una volta.
Voluto dall’Associazione paraplegici friulana per creare una continuità dopo l’uscita dall’ospedale, il centro riabilitativo per disabili è stato ricavato da strutture preesistenti dono dell’Austria dopo il terremoto. “Ci sono rimasta un paio di mesi – racconta Rosanna – ed è lì che ho iniziato a praticare basket in carrozzina e a confrontarmi per la prima volta con altri ragazzi che avevano lo stesso mio problema e le mie stesse difficoltà. Se ce la fanno loro, mi dicevo, ce la posso fare anch’io”.
E così Rosanna in poco tempo si rinforza fisicamente, riconosce il proprio corpo e le sue potenzialità, e acquista di conseguenza una maggiore sicurezza personale. L’effetto domino la porta a prendere la patente, ad uscire da sola, a viaggiare, a fare volontariato all’Associazione paraplegici di Udine e a gareggiare. Inizia con il basket a livello amatoriale per poi nel 1999 dedicarsi all’handbike, una sorta di bicicletta azionata con le mani a forma di carrozzina bassa con una ruota sul davanti. Grazie ai duri allenamenti ai quali si sottopone nel 2005 Rosanna Menozzi diventa campionessa italiana di questa disciplina. “Ho accettato la mia situazione – sottolinea Rosanna – consapevole che ci sono persone che hanno problemi più gravi dei miei. Io non sono migliore di altri, io sono come gli altri. Sono una persona che è riuscita a superare le difficoltà”.
E queste sue difficoltà non sono certo legate ai 50 chilometri di fatica giornaliera, ma al tipo di disabilità e alle sue conseguenze. “Continuo a ripetere – spiega Rosanna – che la cosa peggiore non è il mancato uso delle gambe, come molti pensano, bensì la perdita di sensibilità nelle parti inferiori, compresa la vescica, e questo nonostante i nuovi farmaci per il controllo vescicale e le strumentazioni di evacuazione più agevoli”. Difficoltà che per Rosanna sono svanite entrando nel mondo sportivo.
Da parte sua la presidente Ambrosio registra a tutt’oggi “ancora il timore per i disabili di uscire dalla realtà conosciuta, la loro incertezza nell’aderire a iniziative sportive continuative per paura di non essere all’altezza, nonché i loro timori legati alle nuove realtà”. “Ogni persona – aggiunge ancora Rosanna – deve riuscire ad affrontare la sua battaglia interiore da sola: negli otto anni chiusa in casa tutti mi erano vicini, amici, famiglia e Associazione paraplegici, ma finché non l’ho deciso io, non c’è stato verso di scuotermi”. “A questo si aggiungano – riprende la presidente del Cip regionale – i timori delle stesse famiglie e la troppa “prudenza” della scuola a far aderire gli alunni disabili alle iniziative sportive scolastiche”. “Un peccato – chiosa Rosanna – perché oltre al beneficio fisico lo sport offre un’opportunità di stare insieme, di uscire, di viaggiare, di mettersi alla prova e di avere fiducia nelle proprie capacità, senza sottovalutare lo stimolo agonistico. Per me è una medicina indispensabile”.
Ivana Macor

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