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Mer, Nov

Donne, scienza e arte

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Cesare Musatti, il celebre psicanalista italiano, raccontava la storia di un’anziana signora che viveva a Castello, vicino a Venezia, e che non era mai andata oltre le quattro calli di casa sua, neppure per vedere la poco distante piazza San Marco. Ma Raffaela Rumiati e Francesca Spessot hanno avuto il coraggio e l’intelligenza d’andare ben oltre “le quattro calli di casa loro”. Denominatore comune: la Scuola internazionale di studi avanzati (Sissa). Poi due strade diverse, una nell’ateneo e l’altra nell’arte. Due donne speciali che vale la pena di conoscere. Le abbiamo incontrate.


Raffaella Rumiati nasce in provincia di Rovigo. Si laurea in Filosofia e prosegue gli studi conseguendo il dottorato in Psicologia svolgendo l’attività di ricerca all’Università di Birmingham. Svolge il post dottorato alla Sissa dove diventa professore associato di Neuropsicologia nel settore delle neuroscienze. “Seguo attentamente i miei dottorandi – afferma Raffaella – perché vogliamo formare persone che sappiano eseguire bene il loro lavoro. Ma nell’ambito della Sissa, della ricerca in generale e dell’università le donne mancano. Eppure di donne capaci ve ne sono”.
Come mai alla Sissa su 240 studenti solo 87 sono donne?
“Sono poche – risponde Raffaella – le donne che si occupano di matematica, fisica o neuroscienze. Ma questo non accade solo qui. È un problema presente in tutti gli atenei. Uno dei motivi per cui ho scritto il libro “Donne e uomini” è anche questo: le presenze femminili, in questi ambiti, spiccano per la loro scarsa presenza”.
Perché gli uomini sono più competitivi nelle discipline scientifiche rispetto alle donne?
“Il problema della competizione è affrontato in seri studi. Ci sono differenze biologiche tra donne e uomini ma non ci sono ragioni naturali per cui i maschi siano più portati, per esempio, per la matematica. Anzi i gap tra maschi e femmine si annullano proprio nelle società paritarie”.
Perché ha scritto questo libro?
“Considero il mio libro (“Donne e uomini” edito da Il Mulino, ndr) come un serio impegno civile. Svolgo il mio lavoro alla Sissa e so di preparare donne ricercatrici che avranno difficoltà ad intraprendere la carriera scientifica per varie ragioni, tra cui anche il fatto che non ci sono altrettante donne nel mondo scientifico pronte ad aiutarle. Abbiamo il compito di migliorare tale situazione e di incoraggiarle, nonché di suscitare una seria riflessione a riguardo”.
Anche Francesca Spessot ha studiato alla Sissa conseguendo il Master in Comunicazione della scienza. Nata a Trieste, si laurea in Psicologia biologica e neuroscienze, scrive articoli scientifici per “Il Sole 24 ore” e per “L’Unità”, ma poi sente l’esigenza di uscire dal laboratorio scientifico e lascia la promettente e ben avviata carriera per dipingere e scrivere poesie che pubblica in due raccolte. Di pari passo si dedica alla pittura: pastelli e vernici su materiale da riciclo.
Francesca dice che i suoi quadri raffigurano ciò che è “fuori posto”. Così nelle opere Il vaso contenente mani viventi, Madonna che allatta un cellulare e Sirena che si scioglie nel cucchiaio di un eroinomane. Tutto ciò fa parte della mutazione genetica, quella scienza che l’artista ben conosce grazie ai suoi studi. Presenterà il catalogo, con il patrocinio dell’Unesco, contenente le sue opere, a fine estate 2010.
Da dove proviene l’interesse per la mutazione genetica?
“La storia della mutazione genetica – racconta Francesca – è entrata per la prima volta nella mia vita quando vi fu l’incidente nucleare di Chernobyl. Avevo 8 anni. Rimanevo chiusa in casa perché mi avevano detto che un veleno era presente nell’aria. Un veleno che però non potevi né vedere né toccare. Ma sapevi che c’era, come una morte latente che sarebbe arrivata 10, 20 anni dopo”.
Distingui e separi nei tuoi quadri la mutazione e la genetica?
“Per me la mutazione affonda nel concetto di “fuori posto”. Ho studiato genetica, ma non mi accanisco contro la genetica. Basta che i miei quadri evochino qualcosa a chi li guarda”.
I personaggi delle tue poesie sono presenti nelle tele che spesso esponi?
“Sì. Alcuni personaggi delle mie poesie sono raffigurati nei miei quadri, in particolare quelli descritti nella seconda raccolta, dal tono dissacrante, dove uso un linguaggio quotidiano dal quale sono banditi i termini astratti. Categoricamente. Uso un linguaggio semplice, che si avvicina a quello di strada, ed evito gli arcaismi. Insomma non sono poesie scritte per eruditi”.
Maria Rizzi


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